Santuario Santa Sofia


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il suo tempo

SANTA SOFIA

Santa Sofia visse tra lo scorcio del primo secolo e il principio del secolo successivo. Diversi storici e parecchi documenti agiografici mettono il martirio di Lei e delle sue figlie sotto l’imperatore Adriano e il pontefice Alessandro I. Se non si può precisare la città di origine, si può affermare però con certezza, che Roma fu il teatro, ove si svolse e chiuse il dramma sublime e commovente della vita di Sofia. Roma, che l’Oracolo, interpretando la testa insanguinata trovata nelle sue fondazioni, proclamò l’etrena dominatrice del mondo; Roma, che popolata allora di quattro milioni di abitanti, contava 130 milioni di sudditi, ed aveva per confini gli ultimi lembi del mondo conosciuto; Roma, come canta Virgilio, Giove diede un impero senza fine, ai tempi di Sofia altro non era che la personificazione delle più strane aberrazioni intellettuali e della più profonda depravazione morale! Le scuole degli stoici, dei panteisti, dei sofisti, e soprattutto quella degli epicurei erano fiorenti e frequentatissime; mentre i poeti scioglievano cantici e inni ad esseri insensati o meglio alle passioni divinizzate. Era tale il lezzo del mal costume da offendere quelle coscienze del gentileismo, in cui l’abitudine del vizio non aveva del tutto soffocato il sentimento ingenito dell’onestà. G. Bruto, la cosienza più intemerata del suo tempo, sdegnosamente esclamava: “O virtù, tu non sei che un nome!” E si dava la morte. C. Tacito malinconicamente scriveva:”È giocoforza avanzarci tra la più rotta turpitudine e la più deforme servilità!” Svetonio e Giovenale fremono nel raccontare la vita depravata del loro magnifico impero. E se questa era Roma nel concetto degli stessi pagani, come doveva apparire agli occhi dei santi? S. Pietro la chiamava “Babilonia”. S. Paolo, nella lettera ai Romani, ne faceva una dipintura così fosca, che tutte le glorie dell’alma di Roma restavano come affogate nel fango. Ora da questo sfondo così oscuro balza fuori la figura pura e radiosa di Sofia, come candido fiore, che fa pompa della sua corolla rugiadosa e profumata sopra un campo di erbe villane, fetide e maligne, come si esprimerebbe il maggiore tragico inglese. Niente di più caro, di più prezioso del santuario della famiglia, di questo focolaio di affetti gentili e di generosi sentimenti, di questo ginnasio di virtù, ove l’uomo trova tutte le luci della verità, giusta tutte le dolcezze dell’amore puro. Di qui il fascino irresistibile, che la famiglia esercita in tutta la nostra vita, divenendo il fulcro, intorno al quale perpetuamente si aggira la ruota della nostra esistenza. Ma che dire, quando questo santuario domestico si muta in una scuola di morale pervertimento? Tale fu la famiglia di Sofia. I suoi parenti erano nobili, ricchi, forse tra i maggiori dignatari dell’impero, ma erano pagani. Ma lo sguardo di Dio si posò su di lei; e Sofia viene su negli anni assetata di verità, come fiore dalle tinte delicate e gentili, che ha sete di luce, e la luce beve. Al suo spirito nobilissimo si presentano i tre grandi quesiti: Da dove vengo? Dove vado? Perché sono qui? E per una di quelle vie misteriose, occulte all’uomo, ma note a Dio, la S. Religione del Cristo illumina di vivo splendore la mente eletta di Sofia, risponde ai quesiti, e prende possesso di quell’anima pura. E Sofia, come nota il menologio greco, vola da papa Alessandro, che fa scorrere l’acqua battesimale sulla candida fronte di lei.

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