Santuario Santa Sofia


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madre santa

SANTA SOFIA

In una delle piazze principali di Roma pagana fu rizzata per ordine del senato una statua alla madre dei Gracchi; e sul piedistallo leggevasi semplicemente: Cornelia madre dei Gracchi. Iscrizione breve, ma eloquentissima; perché la gloria della figlia di Scipione le veniva riverberata dai suoi eroici ma sventurati figli Tiberio e Caio Gracco. Questa medesima iscrizione bisognerebbe incidere a piè della statua della nostra santa: Sofia madre di Fede, di Speranza e di Carità! Queste tre eroiche fanciulle formano con le loro virtù e col loro eroico sacrificio come un’aureola di stelle scintillanti intorno al capo dell’augusta genitrice. A guisa di leone, che, balzando dal suo giaciglio, s’avventa al cacciatore, che lo ha ferito, così il colosso di Roma si avventò contro la nuova religione di Cristo, che avanzava come alba ridente, fugante la cupa e gelida notte del paganesimo. Ovunque regna la costernazione e il terrore. Ma Sofia, la donna forte, sfidando il furore dei Cesari, alla prima figlia impone il nome di Fede. Ma la fede cristiana non può andare disunita dalla speranza, la quale è il verde fiore, che sboccia sullo stelo della fede. Così, Sofia, alla seconda figlia diede il nome di Speranza. Ma la fede e la speranza non possono sussistere senza la carità, la quale, come afferma S. Paolo, è la maggiore di tutte e tre, e fa scorrere il sangue caldo della vita per le vene del corpo mistico della Chiesa; mentre senza di essa, al dir dell’apostolo, tutte le altre virtù sono un niente. E Sofia, dando alla luce una terza figlia, le impone il nome di Carità; bramando che questa celeste virtù non solo fosse caratteristica, forza e guida alla sua figliuola, ma tal nome suonasse quasi di sfida a quella società brutalmente egoistica. Siamo verso l’anno 122 dell’era cristiana; l’eterna lotta tra la luce e le tenebre prosegue ferocissima. La rabbia pagana diviene sempre più sitibonda del sangue dei cristiani, come la lupa dantesca, che dopo il pasto ha più fame che pria. Sul trono dei Cesari siede il sozzo Adriano. Questo imperatore, splendido e avaro, grandioso e frivolo, clemente e vendicativo, fu un misto di vizi e di virtù. Adriano tollerò tutte le sette, tutte le superstizioni importate dai popoli vinti, ma non seppe perdonare il cristianesimo, la cui dottrina lucente come il sole e la cui morale pura e candida come la neve troppo contrastavano con quella vita di crudeltà e dissolutezze, a cui abbandona vasi, per quanto la deperente salute gli consentiva. Quindi il grido di morte ai cristiani novellamente echeggiò dall’uno all’altro capo dell’impero romano. In quell’era di diffidenza, di sospetto e di terrore Sofia cosa farà? Fuggirà? Si nasconderà? No! Mentre si vedevano le vestali e le matrone con le figlie nelle terme, nei circhi e negli anfiteatri a pascere gli sguardi nel sangue dei cristiani, Sofia, impugna la croce, e seguita dalle figlie, percorre impavida le strade di Roma, parlando a tutti della vita, della morte e della resurrezione di Gesù. E, per opera di lei, molti si convertirono al cristianesimo. Ma ciò non poteva sfuggire all’occhio del tiranno, e la vendetta scoppiava feroce, maliziosa, calcolata.

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